Filippo Tuena, Ultimo parallelo (Rizzoli, 2007, pp. 353, € 18,00)

Fa sorridere il pensiero che le librerie Feltrinelli abbiano collocato Ultimo parallelo nella sezione “libri di viaggio”. E’ la riprova – se ce ne fosse bisogno – che si tratta di un romanzo atipico, difficilmente etichettabile.
A beneficio del lettore cerchiamo perciò di tracciarne le coordinate (la metafora, nello specifico, mi sembra appropriata), compito improbo che può comunque rivelarsi utile per avvicinarsi ad un’opera così singolare.Il 17 gennaio 1912 Robert Falcon Scott e i suoi uomini raggiungono il Polo Sud, dopo una marcia estenuante attraverso le distese ghiacciate dell’Antartide. E’ il sogno di una vita, ma li attende un’amara scoperta. Il norvegese Amundsen e il suo team li hanno preceduti di una quindicina di giorni. Durante il viaggio di ritorno la squadra di Scott viene annientata dalle terribili condizioni atmosferiche. I loro cadaveri verranno ritrovati molti mesi dopo, assieme ai loro diari e a una macchina fotografica.
E questo lo potete leggere in qualsiasi libro di storia.
Filippo Tuena (Roma, 1953) muove da qui, dai diari di Scott, e ripercorre quel viaggio inesorabile fino alla fine del mondo, per raccontare la morte delle illusioni, in apertura del secolo breve, il fallimento esistenziale, la strenua lotta contro una natura ostile e la pervicacia umana a spingersi oltre, a prezzo di sforzi titanici, per consegnarsi all’eternità con una testimonianza di rilievo. Di esplorazione polare scrissero sia Shackleton che Amundsen, ma i loro resoconti non hanno la stessa suggestione narrativa del diario di Scott, quella dimensione di solitudine in cui sono state prese le scelte sbagliate, l’assumersi con pienezza la responsabilità, fino al sacrificio estremo, riverberando nel contempo la forza d’animo e la fragilità di un uomo, vittima dell’ambizione e di un rapporto di forze che lo sovrasta. Tuena rimase affascinato dai diari del capitano fin dal ginnasio, e la storia di questa spedizione sciagurata gli si impose nel tempo, sorta di piccola ossessione, fino a quando comprese che da quel materiale avrebbe potuto trarne un romanzo. Altre precedenti opere dello scrittore scandagliavano con modalità per certi versi inedite e originali le figure di personaggi storici, ricreando le atmosfere delle epoche nelle quali si sono trovati a operare. E’ stato così per Léon Reinach (“Le variazioni Reinach”, Rizzoli, 2005, premio Bagutta) e per Michelangelo (“La grande ombra”, Fazi, 2001). Che si tratti di una vicenda autobiografica o marginale, oppure di un fatto storico o di cronaca, ampiamente rappresentato e analizzato, il lavoro con le fonti, lo scavare nel proprio vissuto e nel  materiale degli archivi è per Tuena ingaggiare un corpo a corpo tra autore e pregresso, che ha il potere quasi taumaturgico di trasformare l’enumerazione dei fatti in narrazione. Un processo di osmosi; il materiale irrompe a tal punto nella vita dell’autore che questi, selezionando e rielaborando, filtrando i fatti per il tramite della propria personale lente d’ingrandimento, finisce per ritenersi – quasi irrazionalmente – sia autore del romanzo che del diario dell’esploratore. E’ questo un principio che produce sempre – sono parole di Tuena – una infantile meraviglia, condensando il lavoro dello scrittore in una domanda emblematica: “Chi scrive i libri che scriviamo”?

Una delle peculiarità di questo romanzo è la voce narrante. In apertura compare la misteriosa figura dell’uomo in più (vengono citati i versi di Eliot da The Waste Land, sulla cronaca di Shackleton che parla di un “uomo in più”, percepito in varie spedizioni, dagli esploratori, in condizioni di grande prostrazione). A inizio lettura mi sentivo disorientato. Mi chiedevo: a chi appartiene questa voce? Chi è questo narratore onnisciente che accompagna, presenza silenziosa e inquietante, Scott e compagni? Tuena ha pensato a una divinità antartica, che si desta con la presenza degli esploratori e si spegne con la loro partenza: un punto di vista obliquo, di grande efficacia e coinvolgimento per il lettore. Leggere per credere.

Altro motivo per acquistare il libro è l’apparato fotografico, composto da materiale scattato dal fotografo ufficiale della spedizione, nella parte iniziale, e in seguito da Scott e i suoi man mano che si avvicinavano alla meta. Le foto non costituiscono un corollario alla lettura e al processo di immedesimazione del lettore. Tuena è storico dell’Arte e muove dall’immagine portandola a dialogare col testo, leggendo la fisiognomica dei volti, le espressioni, i gesti, i particolari che compaiono nell’inquadratura. Le foto diventano perciò inscindibili dalla struttura del romanzo, e questo, per quanto ne so, ha pochi raffronti nel panorama narrativo odierno.

Per Davide Sapienza, traduttore de “I Diari del polo” per i tipi di Carte Scoperte (a cura dello stesso Tuena), Robert F. Scott, figura a tratti sfuggente e controversa, era il tipico frutto della tarda e decadente età vittoriana e morì per tipica arroganza inglese. Tuena ne compone un ritratto equilibrato, senza mitizzarlo né demonizzarlo, restituendoci inalterato il suo carisma: “Ma i comandanti hanno qualcosa nel loro sguardo che sempre li rende riconoscibili.” (p. 59); “anche se in ultima istanza tutti gli uomini del Southern Party appartenevano a Scott, erano l’immagine riflessa dei suoi desideri, delle sue ansie, dei suoi timori.” (p.65); “I suoi uomini si affidavano a lui ciecamente nonostante i più attenti gli riconoscessero una preoccupante tendenza all’errore, all’equivoco.” Il viaggio al polo sud fu segnato da errori di valutazione (l’utilizzo di mezzi meccanici che si guastarono nelle prime battute, l’eccessivo carico delle slitte, la disposizione  dei depositi lungo la barriera, la scelta dei pony siberiani a scapito dei cani, che fecero invece la fortuna di Amundsen) e da contingenze sfortunate e forse imprevedibili (le temperature proibitive del viaggio di ritorno, il blizzard) ma nonostante il senso di disfatta che permea questo romanzo aspro e perturbante, i ritratti e le gesta di questi uomini s’imprimono indelebilmente nel nostro immaginario. La composizione del libro, solo in apparenza disorganica, quel suo altalenare tra scrittura di impianto saggistico (che riporta fedelmente la cronaca e ricostruisce l’ambientazione nei dettagli), inserti lirici e quadri di narrativa pura, dove si intersecano, oltre a quella dell’uomo in più una pluralità di voci, costituisce un richiamo che non si può eludere. La scrittura è spesso orchestrata in ampi periodi, senza virgole, enunciati fluidi a rendere la concitazione dell’imprevisto – uno degli apici del romanzo è l’episodio, “quasi in soggettiva”, dove Scott e i suoi si perdono tra i ghiacci durante il viaggio di ritorno al campo base -, o il senso di sgomento e alienazione in quel candore infinito. Ed è proprio nell’illusione della meta, in quel non luogo, che lo smarrimento diviene anche il paradigma dei tempi incerti che stiamo vivendo, obiettivo sterile per il quale ci riscopriamo estranei, scollati dalla realtà del mondo e da noi stessi.