Vincitori passate edizioni

SECONDA EDIZIONE

Le e-guide - Christian Fennesz, Giuseppe La Spada, Scuola Holden, TheBlogTv – hanno premiato i 4 vincitori nelle rispettive sezioni, che sono:

Commento di Giuseppe La Spada:

Forse c’è un punto di vista semplice che alle volte ignoriamo e non cerchiamo.
Forse basta guardare fuori dal rettangolo di un monitor per scoprire che le cose possono
avere una causa e un effetto. Il punto di vista, l’aver utilizzato il materiale
sottoposto in maniera originale, fanno di questo lavoro un interessante e sensibile
invito a guardare oltre la destinazione ovvia e precipitosa delle cose.

Commento di Christian Fennesz:

Lilies on Mars hanno colto in modo molto bello l’atmosfera e lo spirito della composizione originale “The seventh string” e lo hanno trasformato in qualcosa di interamente nuovo, aggiungendo elementi molto interessanti e inaspettati. C’è un un momento di sorpresa quando lo si ascolta la prima volta. Si apprezzano in maniera particolare gli elementi vocali, la melodia vocale e il modo in cui sono combinate le parti della versione originale. Lilies on Mars, con il loro approccio, hanno saputo assumersi dei rischi. Non solo hanno elaborato un ottimo remix, ma anche una canzone a partire da un pezzo strumentale: il loro remix è allo stesso tempo unico e bello.

Commento della Scuola Holden:

Dinasty è un racconto particolare, lo potremmo definire un racconto epistolare 2.0. Dal punto di vista narrativo mescola l’utilizzo di nuovi mezzi di comunicazione con le domande ataviche dell’uomo, una sorta di tribale digitale molto affascinante. Ma è soprattutto l’ironia con cui viene portato avanti il racconto, in antitesi al tema in apparenza “sacro”, che crea la distonia più fertile di significati. È un contrasto di generi sia nello stile che nel contenuto, che porta un mondo straordinario nel linguaggio di tutti i giorni del lettore.

Commento di TheBlogTV:

Immagini vittoriane per un video onirico, dal sapore steampunk, che intreccia l’ironia del presente con le suggestioni del passato. Una perfetta interpretazione di molte delle caratteristiche del web, il luogo nuovo dove tutti i linguaggi convergono e si rinnovano, un immenso archivio di immagini e suggestioni che diventa un paradiso per creativi dove la coda lunga rende il passato sempre a portata di mano. In questo senso We Want REWF 2.0 di Giuseppe Laselva condensa lo spirito di internet e di Romaeuropa Webfactory. Ma anche di Romaeuropa Festival e di Telecom Italia: la stratificazione dell’esperienza che dventa molla per l’esplorazione del futuro.

PRIMA EDIZIONE

Il 13 maggio 2009 sono stati proclamati i vincitori della prima edizione di Romaeuropa Webfactory alla conferenza stampa tenutasi all’Opificio Telecom, Roma. Il premio per ciascuna delle quattro sezioni è stato di 5000 euro in gettoni d’oro.

  • Per la sezione VIDEOART:

Isobel Blank – “Selfportrait”


  • Per la sezione MUSIC@:

Dodo Veneziano – “Stigmatika”

  • Per la sezione SPOT:

I love cut – “Get it out”


  • Per la sezione 100WORDS:

Giuseppe Rizzo – “Istruzioni per l’uso di miracoli e tamburi”

Descrizione - Fondo Picone fino a qualche anno fa era una baraccopoli vicino al fiume Oreto di Palermo. Quando il resto della città se ne accorse, provò a girare la faccia dall’altra parte, ma inciampò e si fece un gran male. L’ipocrisia, di solito, non ha la vista lunga. Il comune promise a molti la casa popolare, i giornali fecero un gran fracasso, ma i professionisti dell’indignazione presto si stancarono e mollarono gli abitanti di quel quartiere al loro destino. Rosetta Di Fresco ci racconta come lei e la sua famiglia ce l’hanno fatta, sfruttando al meglio miracoli, tamburi e cocciutaggine.

Scongiuravamo la neve per tre motivi: casa nostra sarebbe crollata, mamma sarebbe morta, papà l’avrebbe ammazzata. Era lei che desiderava la neve. Nelle baracche di Fondo Picone, al fiume Oreto, tutti sognavamo un tetto da quando Gesù aveva inventato le case popolari e il sindaco di Palermo le aveva distribuite come ostie. A noi, niente. Secondo mamma perché eravamo dei peccatori. Secondo papà perché erano dei cornuti. Lei però insisteva: «I morti viaggiano nei fiocchi di neve, e portano miracoli per i vivi». Non era vero, ma era possibile, e ci credevamo perché avevamo un gran bisogno di miracoli. Papà il suo ce lo presentò a Natale. Tornava dalla taverna di via Filiciuzza, ubriaco, le spalle cariche di pioggia e tristezza. «A Capodanno siamo fuori da questa fogna», esordì. «Grazie a questo, il più bel regalo che il Nazareno ci poteva fare quest’anno». Si riferiva al biglietto che aveva in mano. E a Gesù. Mamma si morse la lingua. Bestemmie non ne poteva sentire. E manco minchiate. Rosetta, a 4 anni, si aspettava una sorpresa. Nino, a 18, non si aspettava più niente. Papà lesse: «Palermo-Paradiso solo andata, carrozza n. 2». «Santa Rosalia, Teresì, vai a chiamare il dottore che tuo padre strammò», mi disse mamma. Poteva essere. Lo guardai. Quel suo biglietto argentato con le lettere d’orate. Poi guardai lei. Le sue rughe appiccicaticce come le mensole della cucina. Scelsi lei e mi alzai. «Teste di minchia – abbaiò lui – questo qui domenica lo mettiamo sul bancone a Ballarò. Qualche picciotto dei nostri spara offerte grosse. Il prezzo sale. Passa il pollo e lo spenniamo. E coi piccioli convinciamo l’assessore Cusumano a farci dare la casa popolare». «Arrivò il mago della minchiata!», lo coglionò Nino. Papà lo afferrò per la gola e iniziò il nostro gioco preferito, la lotta greco-palermitana: padri contro figli, mogli contro padri, figli contro resto del mondo. Non era il primo Natale che passavamo così.

Il 28 eravamo a Ballarò a eseguire IL PIANO. Di solito vendevamo roba recuperata dalla monnezza, non biglietti per il Paradiso. Comunque. I 3 fratelli Abbate facevano finta di litigarsi il pezzo di carta. Polli però non se ne vedevano. Anzi. Arrivò quel mala tacca di Lillino Cascio. «Che è, Totò, novità?», chiese. «Tutte cose proviamo per il bene delle creature, Lillì». «Giusto, magari il Signore te la fa la grazia di diventare normale un giorno». Appena Lillino si allontanò, tirai papà in disparte. «Quanto deve durare questa minchiata?» «Levati, scimunita. A 15 anni che vuoi capire?» «Ha ragione mamma: quando sentono la tua puzza, pure i cornuti cambiano marciapiede». Strinse i pugni e se ne tornò al bancone. Nino gli sputò sulle scarpe e se ne andò. Alle 12, eravamo gli zimbelli del mercato. Io e Nino ce ne andammo a casa. Soli. Mamma non ci chiese neanche che fine avesse fatto papà.

Si rimaterializzò a casa la sera del 31. «Marì – disse entrando – prepara il café!» Mamma sturbò. Stava per tirargli il braciere su cui eravamo piegati, quando dalle sue spalle si affacciò un nano. Rosetta: «E quello cos’è?» Papà: «Lui è il Principe». A me e mamma caddero le mascelle sulle ginocchia. Il Principe andò a sedersi a tavolino e iniziò a fissarci. Papà decise di farlo lui, il café. «Il Principe è qui per la casa», disse, preparando la macchinetta. «Vendiamo?», rise Nino. «Non la nostra, la sua, in via Libertà – disse papà, calmo – in cambio di quel biglietto, quello del treno». Inghiottii. Vermi e chiodi arrugginiti. Nino mi aveva detto che se vedeva ancora quel biglietto mi avrebbe scannata. «I biglietti li vendono alla stazione», freddò papà. Prima che si uccidessero, filai in camera. «Eccolo», dissi, ritornando col biglietto in mano e le formiche nel sangue. Sapevo che Nino mi avrebbe strappato la testa per averlo conservato. Intervenne mamma: «Il café è pronto». Ci invitò tutti a tavola, ma il Principe bevve il suo come se fosse fuoco. «Uno stecchino?», chiese. Glielo presi. «Ecco la mia vita – disse, puntando la macchia di café in fondo alla tazzina – una fatica inutile, finché non mi sono sposato. Una stella. Poi il destino cane me l’ha levata. E ora sono qui». Indicò un punto in cui la macchia si spezzava in due. «Vedete, qua devo saltare, Giulia mi aspetta dall’altra parte. Perciò, mi serve il biglietto». «Questo qua la farina doppio zero c’ha in testa», disse Nino. Il Principe lo squadrò. «Ma dove l’avete trovato? I coglioni meglio di lui all’ospedale li buttano», disse, assiderandoci tutti. A salvarci ci pensò Rosetta. «Ma tua moglie te le lasciava dire le parolacce?» Il Principe si sciolse in una risata. «Arrivato a destinazione, smetto. Promesso». La mossa successiva ora stava a me. Guardai mio padre. Le rughe sulla sua faccia. Mai notate. Gli schiacciai un occhio e allungai il biglietto al Principe. «Grazie – disse lui – e addio».

Quella fu l’ultima notte passata a Fondo Picone. Poi accaddero tre strane cose. L’indomani provammo la chiave nella casa del Principe: apriva. In serata un tizio si impiccò alla stazione: un nano. Di notte, Palermo s’imbiancò: neve. Mamma non ebbe dubbi: in uno di quei fiocchi c’era pure il Principe. Mio padre la prese da un altro verso: «Chi ti dice di non suonare il violino, ti dice una minchiata, tu continua a suonare il tamburo». Sapevo che non era vero, ma era possibile, e imparai a crederci perché il tamburo era lo strumento che volevo suonare da grande.